Budrio, una città in campagna dove l’abitare è di qualità

8 Marzo 2019

I primi a mettere su casa nella porzione di pianura padana dove oggi sorge Budrio furono i villanoviani, che sono stati anche i primi a dare un nome al posto, chiamandolo Butrium, che nella loro lingua pre latina significava “burrone”. Poi vennero gli etruschi, i Galli e quindi i Romani, che estesero anche al territorio di Budrio la centuriazione agraria – cioè il sistema con cui venivano organizzati i terreni agricoli assegnati ai coloni – fatta di innumerevoli appezzamenti regolari, suddivisi secondo un reticolo ortogonale di strade, campi e canali di cui ancora oggi resta traccia evidente nella campagna emiliano-romagnola.

Il lavoro dei campi è stata per secoli la prima risorsa del budriese, testimoniata anche da un’invenzione socio-economica tipica dei comuni del contado bolognese e nata dopo l’anno Mille: la Partecipanza dei beni agrari, cioè la proprietà condivisa dei terreni tra tutti gli uomini del paese per renderli produttivi a beneficio dell’intera comunità. Nel caso di Budrio la Partecipanza fu istituita grazie alla donazione al Comune da parte di Matilde di Canossa di una vasta area di campagna (“la Boscosa”). Da allora la coltivazione della canapa, esportata anche all’estero ad uso tessile, è stata per secoli la fonte di reddito principale per i budriesi, fino ai primi decenni del Novecento.

La disposizione geometrica ortogonale dei campi ha avuto il suo corrispettivo anche nella pianta della cittadina, che per secoli non è stata altro che un grande castello di forma rettangolare con le abitazioni racchiuse all’interno delle mura. Dopo varie distruzioni fu il cardinale Albornoz, governatore di Bologna alla fine del Trecento, a ricostruire il castello con i torrioni agli angoli. Nel secolo seguente le mura si allargarono, inglobando il borgo che era sorto poco ad est.

All’interno della città nacquero nel ‘500, grazie all’opera di numerose Confraternite, chiese, ospedali e anche una scuola pubblica (tra le prime nel bolognese). Tra XVI e il XVII secolo a Budrio fiorì l’edilizia civile, con la trasformazione delle antiche abitazioni o la costruzione di nuovi palazzi per i cittadini più benestanti, ricchi e superbi esteticamente all’interno ma semplici ed essenziali all’esterno. Nel Seicento, a testimonianza di una comunità dinamica e colta, furono anche eretti due teatri privati ma aperti al pubblico: il Teatro da Commedia di Giovan Battista Fracassati (utilizzato per pochi decenni) e il teatro di Paolo Sgargi, divenuto poi il Teatro Consorziale di Budrio che prosegue anche oggi la sua attività.

Nel Settecento furono i nuovi modelli barocchi a lasciare il segno soprattutto nell’edilizia religiosa, con tante e importanti modifiche alle chiese più importanti, sia nel capoluogo che nelle frazioni. A fine Ottocento si registrò una grave crisi agraria che fu in parte risollevata da importanti opere di bonifica e dalle innovazioni tecniche nella lavorazione dei prodotti. La stabilità politica seguente all’Unità d’Italia permise di costruire nuove opere pubbliche, come le scuole elementari e il “Sanatorio popolare” per chi soffriva di malattie respiratorie; l’acquedotto e il nuovo sistema fognario; una centrale elettrica che fornì illuminazione pubblica anche alle frazioni. Nel 1886 fu anche inaugurata la ferrovia che collegava il paese a Bologna e, con le sue due linee, a Molinella-Portomaggiore e a Medicina-Massalombarda (la seconda linea fu soppressa nel 1964).

Nei primi anni del Novecento Budrio, coi suoi 17.400 abitanti (oggi sono circa 18.500), era uno dei comuni più popolosi della provincia di Bologna e l’agricoltura impegnava ancora i due terzi degli abitanti, in maggioranza come braccianti. Non mancavano però le attività artigianali di grande qualità come fabbri, falegnami, sarti e calzolai. Con una nuova ripresa dell’edilizia nel centro urbano si fece largo anche un’idea infelice, ad imitazione di quanto stava avvenendo anche a Bologna: tra il 1911 al 1913 furono abbattute la gran parte delle mura che circondavano la città e racchiudevano il castello. La scelta, come a Bologna, fu giustificata con motivi di igiene urbana.

Dopo gli anni bui delle due guerre mondiali, con la democrazia tornò la prosperità economica e sociale. Gli anni del boom videro l’agricoltura trasformarsi, con la canapa che lasciò il posto a numerose altre colture tra cui la patata DOP arricchita al selenio, che è stata introdotta per la prima volta proprio nei campi attorno a Budrio. Accanto all’agricoltura sono nate anche tantissime piccole e medie imprese e realtà artigianali nei vari settori, che hanno comportato anche la creazione di aree industriali nel capoluogo e in alcune frazioni, la più recente e significativa delle quali è la nuova area produttiva di 100.000 metri quadrati nella zona industriale della frazione di Cento. Un’eccellenza di valore nazionale e internazionale di Budrio è il Centro Inail nella frazione di Vigorso, punto di riferimento per la riabilitazione e le protesi, che ha contribuito anche dare impulso ad altre aziende del settore.

Negli ultimi decenni, oltre allo sviluppo dell’edilizia per le aree produttive, c’è stata anche la creazione di numerosi nuovi comparti residenziali per offrire un alloggio alle famiglie che hanno lasciato la città di Bologna per trovare una dimensione più vicina alle loro esigenze in un territorio semi-rurale come quello di Budrio. Gli abitati delle frazioni hanno visto sorgere villette, case monofamiliari ma anche piccoli condomini, molte di buona od ottima qualità, con architetture tradizionali ma anche innovative e contemporanee. Frequente è stato anche il recupero e l’adattamento di vecchie case coloniche, cascine o corti agricole per creare nuovi nuclei abitativi che richiamano, ovviamente in forma moderna, quelli antichi che hanno contraddistinto per tanto tempo la nostra campagna.

 

Una rassegna di alcuni interventi realizzati negli ultimi anni da Ediltecnica a Budrio:

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